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Quali sono le correlazioni tra il growth hacking marketing e il project management e perché le aziende stanno puntando su questa sinergia

I soldi che si investono nella pubblicità sono sprecati!
Questa è la frase da cui, nel 2010 Sean Ellis ha sviluppato un mindset che nel giro di pochi anni è diventato l’odierno growth hacking.

Il marketing si è ormai allontanato dai principi di Godin e Porter e si è trasformato in un lavoro puramente creativo, orientato alla pubblicità e alla persuasione indifferenziata che tuttavia genera un ritorno dell’investimento non misurabile.

L’obiettivo a cui molte aziende illuminate stanno puntando oggi è presentare un lavoro basato su cicli di sperimentazione e collaborazione continua tra l’ideatore di un prodotto e il venditore attraverso l’analisi dei dati.

Per chiarire, è bene fare un riepilogo di quanto è accaduto in questi ultimi anni:

– La quantità di messaggi pubblicitari a cui gli utenti/clienti sono sottoposti giornalmente è aumentata esponenzialmente e questo ha reso le persone insensibili al marketing e generalmente distratte.
– I prodotti/servizi nei nuovi mercati sono elementi digitali e questo implica una riduzione sensibile dei costi di stoccaggio, logistica, personale, etc.
– Coi media tradizionali non era possibile lavorare su estese quantità di dati e ottimizzare le performance mentre grazie al marketing digitale sono aumentati trasparenza e controllo.
– Il ROI ottenibile grazie a questi canali fa sì che grandi aziende siano disposte a investire capitali massicci creando un clima di forte competizione.

A questo punto entrano in gioco gli hackers, figure in grado di risolvere problemi attraverso soluzioni non convenzionali grazie a una buona dose di pensiero laterale.
Il lavoro di questi professionisti si basa sull’analisi dei dati ed esclude perciò tutto quello che non è misurabile.

Non si tratta di pratiche cybercriminali come talvolta si è portati a pensare, ma di sperimentare percorsi ai quali i competitors non sono ancora arrivati per ottenere un vantaggio temporale significativo.
Un esempio di questo si ritrova nelle app che in cambio di una condivisione sono disposte a garantire vantaggi: ora è pratica comune ma la prima startup a tentare una strada simile fu Dropbox nel 2010.
Seguendo questo mindset, aziende come Facebook, WhatsApp, Uber etc. son riuscite a crescere esponenzialmente nel giro di pochi anni; tentativo dopo tentativo e analisi su analisi hanno hackerato la propria crescita.

A tal proposito è bene ricordare come crescita sia una parola a cui prestare attenzione perché indica un fenomeno realizzabile solamente attraverso una serie di azioni sinergiche; Coca Cola in questo è al primo posto per la lungimiranza da quando ha trasformato il CMO (Chief Marketing Officer – responsabile del marketing) in CGO (Chief Growth Officer – responsabile della crescita) perché si è resa conto di come all’aumento della brand awareness non corrispondesse un tangibile aumento del fatturato.
Puntare sul growth marketing, per l’azienda di Atlanta significava modificare il paradigma culturale identificando il growth hacker come un project manager focalizzato sui processi interni con la responsabilità di selezionare le idee da testare, gestire il team, analizzare i dati e creare la dovuta documentazione.

Quindi il growth hacker è un project manager?

Per poter svolgere il proprio lavoro, un growth hacker (o growth marketer) deve avere ottime doti relazionali ed essere in grado di comunicare coi vari reparti dell’azienda. Questo, ad alti livelli significa conoscere le linee guida della user experience, della programmazione, della comunicazione ma soprattutto dell’analisi dei dati.
Il project manager, partendo dal budget a disposizione, deve quindi essere in grado di occuparsi autonomamente della crescita aziendale lanciando piccoli test per la validazione delle proprie idee attraverso mockuplanding page, campagne e piccoli sistemi di automazione che gli permettano di imparare il più possibile dalla risposta del mercato.